La responsabilità richiede la libertà

Amartya Sen

(Development As Freedom, 2000)

 

Quale che sia la specie di attività produttiva interna a cui il suo capitale potrà fornire occupazione e il cui prodotto avrà probabilmente il massimo valore, è evidente che ciascun individuo, nella sua situazione locale, potrà giudicarlo molto meglio di quanto un uomo di stato o un legislatore potrebbe fare di lui. Lo statista che tentasse di dirigere i privati circa il modo in cui essi dovrebbero impiegare i loro capitali, non solo si addosserebbe il peso di un’attenzione del tutto inutile, ma si assumerebbe un’autorità che non potrebbe essere affidata con sicurezza non solo a una persona singola, ma neppure a qualsiasi consiglio o senato; e che sarebbe estremamente pericolosa proprio nelle mani di un uomo a tal punto folle e presuntuoso da ritenersi adatto a esercitarla

Adam Smith

(Indagine sulla Natura e le Cause dalla Ricchezza delle Nazioni, 1776 – Libro IV – Dei Sistemi di Economia Politica – Capitolo 2 – Delle Restrizioni all’importazione dai Paesi Stranieri)

 

 

Quando andai negli Stati Uniti per la prima volta ebbi una strana impressione: ragionai sul fatto che una società come quella americana è in grado di autoregolarsi perchè è ampia la libertà (in particolare quella economica), e la strana sensazione derivava dal fatto che mi pareva di percepire il compito del Presidente di quella nazione si riducesse alla capacità di garantire tre cose: l’ordine interno, la tutela dei confini e quella stessa libertà.

Oltre le mie impressioni, quindi, cosa succede negli States a poco meno di una settimana dal voto? Quali gli scenari economici e finanziari possibili potrebbero emergere dal voto negli States? Vediamo di approfondire un po’ e cercare di avere un quadro più chiaro, partendo da qualche elemento statistico di pura curiosità, arrivando ad analizzare i programmi dei candidati, non trascurando l’analisi dei numeri per cercare di  capire chi possa vincere queste elezioni e arrivare poi a trarre conclusioni di scenario ma anche di “passione”.

 

QUALCHE CENNO STATISTICO/STORICO RISPETTO LE PRECEDENTI ELEZIONI

Per scrivere questo articolo ho messo insieme le opinioni di diversi analisti e gestori, cercando di mediarlo con quello che è il mio pensiero. Ebbene, tutti sono concordi nel dire che, al di là delle migliaia di analisi che si producono, i mercati degli attivi rischiosi sono indifferenti agli esiti elettorali, quindi Repubblicano e Democratico poco cambia. Ciò che segnalano le statistiche è invece che le performance dell’S&P500 sono state marginalmente migliori con un’amministrazione Democratica, ma i risultati più performanti si sono registrati con una maggioranza diversa al Congresso, quindi con un Congresso diviso .

Come esercizio di curiosità, più che come elemento di certezza, le statistiche segnalano questo:

  • Negli stati dove Trump vinse per pochi voti (poco più di 400.000) sono stati chiesti da marzo ad oggi sussidi di disoccupazione da parte di 8 milioni di persone;
  • L’andamento positivo della borsa americana nei tre mesi precedenti le elezioni segnala in venti casi su ventitre la riconferma del partito in carica, per dire che i mercati in perdita prima delle elezioni sfavoriscono il Partito in carica;
  • Un solo Presidente è stato rieletto dopo aver sperimentato una recessione negli ultimi due anni della sua amministrazione;
  • In termini di politiche, l’espansione fiscale genera il più delle volte un deprezzamento della valuta nazionale.

 

LE TRE T (TECH-TRADE-TAXES): UNA PANORAMICA SUI PROGRAMMI ELETTORALI

Le differenze programmatiche tra i due candidati sono esasperate dalla differente personalità, ma in realtà se andiamo nel dettaglio vedremo che su alcuni punti, come ad esempio i rapporti con i partner commerciali esteri o la regolamentazione del settore tecnologico, le differenze ci sono ma non sono così marcate. I punti essenziali sui quali rilevare le differenze, che possano avere un risvolto a livello finanziario, sono proprio le tre T: Tech-Trade-Taxes (tecnologico-commercio-tasse).

A livello generale Biden intende avviare un progetto di stimolo fiscale per sostenere l’economia attraverso l’investimento in ricerca e sviluppo, in infrastrutture, ampliare l’accesso ai servizi sanitari, ridurre marginalmente la spesa della difesa (in aumento da sette anni), incrementare gli sforzi in materia ambientale e dare un segnale di maggior apertura a livello globale (pur senza mettere apertamente in discussione il processo di deglobalizzazione). Ad attuazione di ciò uno dei punti essenziali, che è determinante in termini di consenso elettorale, è l’aumento dell’aliquota fiscale sugli utili delle imprese dal 21% al 28%, il cui incremento serve a finanziare il piano di stimolo fiscale per far fronte agli effetti disastrosi della pandemia, tra cui infrastrutture, accesso all’assicurazione sanitaria e al programma Medicare. Accanto all’incremento dell’aliquota sugli utili il programma prevede l’estensione degli sgravi fiscali. Dall’altra parte gli interventi in favore della sostenibilità ambientale, tra cui principalmente la limitazione dell’estrazione di idrocarburi operata attualmente attraverso il fracking. Sul fronte internazionale non si parla di apertura totale verso la Cina, ma verrebbero probabilmente riviste in parte le politiche commerciali condotte sino ad oggi. Infine il settore finanziario, nel cui programma elettorale di Biden si parla di regole più stringenti.

Il programma di Trump un po’ lo conosciamo, perché ne abbiamo sperimentato il ritorno mediatico. Nel dettaglio anche dalla parte di Trump si parla di ampliamento degli stimoli fiscali, ma dall’altra parte le entrate diminuiscono (se consideriamo l’ipotesi di riduzione dell’imposizione fiscale come ventilato). Per far fronte allo stimolo fiscale si prevede un aumento del debito federale. Come per Biden il programma prevede una regolamentazione del settore tecnologico, probabilmente con un metodo negoziale diverso, ma uno dei punti nodali è indubbiamente la bilancia commerciale con il fine di ridurre il deficit della bilancia commerciale, quindi una probabile prosecuzione delle tensioni con la Cina, che hanno indubbiamente effetti di spillover su tutta l’economia a partire dalla reimportazione delle produzioni. Il settore finanziario vedrebbe una ulteriore deregolamentazione, così come la deregolamentazione toccherebbe il settore ambientale. Ricordiamo nell’ordine che, al di là del suo folklore, Trump in questi quattro anni di presidenza ha rivisto grande parte delle politiche di Obama, a partire dalla riforma sanitaria, dall’accordo sul clima, dall’accordo sul nucleare, fino ad arrivare allo scontro aperto con la Cina attraverso l’imposizione di dazi. Gli scontri hanno riguardato anche fatti interni, come il rapporto con il Presidente della FED in merito alle manovre di espansione monetaria, ma anche l’ordine interno con un implicito appoggio alle ragioni del suprematismo bianco, tuttavia quest’ultimo fattore non rileva ai fini della nostra analisi, ma offre semplicemente la misura di come sarà un eventuale secondo mandato Trump.

 

CHI VINCERA’ LE  ELEZIONI?

Chiaramente la risposta non ci sarà fino alla notte del 3-4 novembre, quindi quello che scriverò in questa sezione è a livello di puro esercizio statistico dove non di curiosità. Attualmente si stima con una probabilità del 55% la vittoria di Biden e il controllo di entrambe le camere del Congresso. Tutto ciò fa il paio con altri dati non irrilevanti, tipo che i sostenitori di Trump sono più entusiasti (62%) di quanto lo siano i sostenitori di Biden (48)%.

Un altro dato interessante riguarda le precedenti elezioni: la vittoria di Trump era considerata nel 2016 alquanto improbabile, e ciò ha fatto desistere gli elettori Democratici dal recarsi alle urne per votare una candidata (Hillary Clinton) che non piaceva. In queste elezioni la probabilità di vittoria di Trump viene stimata con una misura differente rispetto a quattro anni fa.

Ultimo ma non ultimo il dato sulle modalità di voto: il voto si svolge in una giornata lavorativa, e per recarsi alle urne gli elettori dovrebbero rimanere a casa dal lavoro. Alcuni sondaggi dicono la base elettorale di Biden sia in buona parte nei lavoratori dipendenti, e il voto postale consente da una parte di non rinunciare al lavoro e al tempo stesso di votare. I dati dell’US Election Assistance Commission dicono che il 66% degli elettori di Trump intende votare di persona e solo il 20% via posta, mentre per Biden soltanto il 26% degli elettori voterebbe di persona, ma ben il 47% attraverso la modalità postale. Non è un caso che un paio di mesi fa Trump abbia messo senza troppe remore il naso nella nomina del presidente del Postal Service.

 

QUALI EFFETTI A LIVELLO ECONOMICO/FINANZIARIO

Come ampiamente scritto, le differenze sono per gran parte ideologiche, mentre la struttura dei programmi elettorali è enormemente divergente su alcuni punti (ambiente, sanità), ma su altri punti è fievole, ed è legata più ad un fattore di comunicazione che di sostanza. Il mercato degli asset rischiosi segue il suo corso il più delle volte prescindendo dalla maggioranza politica del paese. Le tre T di cui il secondo punto sono diverse da programma a programma, ma potrebbero avere impatti digeribili dal mercato sia nel caso di vittoria di Trump che di Biden. Di certo non è solo chi sarà Presidente a determinare quale direzione prenderà il paese, ma anche quali saranno le maggioranze al Congresso.

Nell’immediato post-elezioni grande rilievo avrebbe una situazione di incertezza, che i mercati è noto mal tollerino: in questo caso la memoria corre alla contestazione del voto delle elezioni presidenziali del 2000 tra Bush e Gore. Negli ultimi tre mesi del 2000 i mercati hanno vissuto momenti di ampia volatilità. Ciò che potrebbe accadere nell’ipotesi di contestazione dei risultati è paradossalmente un apprezzamento del dollaro, che verrebbe visto come “bene rifugio” nello scenario di incertezza.

Se vincesse Biden la tassazione degli utili di impresa probabilmente non salirebbe al 28% come da programma, ma si ritiene possa attestarsi al 25% a partire dal 2022, con un impatto stimato sugli utili per azione stimato del -5%. Tuttavia l’aumento dello stimolo fiscale con investimenti su settori diversi e la revisione della politica dei dazi (che lo ricordiamo sono costate alle azioni USA l’1,2%) compenserebbe tale perdita. In merito ai minori dazi, non verrebbe meno sotto un’amministrazione Biden la diffidenza verso la Cina, ma con ogni probabilità verrebbero riviste le modalità di conduzione della politica commerciale che non sarebbe più unilaterale come lo è stata e come sarebbe sotto un secondo mandato di Trump, ma multilaterale. Se vincesse Biden soffrirebbero i settori dell’energia tradizionale e dei farmaceutici, ma trarrebbero vantaggio l’edilizia, le energie rinnovabili e il settore della sanità. A livello di reddito fisso bisogna considerare la maggiore spesa prevista da Biden, che porterebbe ad un aumento del debito pubblico. In tal senso con un’amministrazione Biden aumenterebbe nell’immediato la volatilità dell’obbligazionario (ma al pari il mantenimento di una tassazione bassa sotto Trump porterebbe ad un aumento del debito pubblico, e quindi per contro una pari volatilità), ma sotto Biden tale volatilità potrebbe aumentare anche nel medio a causa dell’aumento della tassazione sulle imprese, e ciò potrebbe avere impatti in termini di debito corporate.

Se vincesse per contro Trump le energie rinnovabili ne avrebbero un detrimento, mentre in virtù del programma di deregolamentazione ne avrebbe giovamento il settore finanziario. Se in caso di vittoria di Biden avrebbero un calo i settori petroliferi, più incerto lo scenario nel caso di vittoria di Trump, perché è pur vero che anche per il settore estrattivo Trump prevede una deregolamentazione, ma dall’altra parte le pressioni interne e internazionali per la tutela ambientale e del clima potrebbero essere forti al punto da costringere l’amministrazione americana a rivedere le proprie politiche di deregolamentazione. Un altro tassello importante nel programma di Trump è la protezione della proprietà intellettuale, anche se questo elemento pare avere solo elementi positivi ma in realtà non è completamente così (infatti il tema della proprietà intellettuale fa il paio con il tema della localizzazione produttiva).

 

CONCLUSIONI

Il fatto rilevante è che a livello di mercati e asset rischiosi fanno più la differenza le maggioranze divise o gli scenari di incertezza, e non il presidente eletto. Le conclusioni che traggo sono più di istinto che di razionalità (che lascio alla parte precedente dell’articolo). Ciò che io penso è che elettori, aziende, investitori abbiano bisogno di apertura e non di chiusura, di coerenza e non incertezza, di libertà e non di restrizioni.

In questi anni di amministrazione Trump abbiamo assistito a una politica che giudico folle, ma per fortuna quelli che qualcuno chiama gli anticorpi della democrazia sono forti, così come è forte la struttura di libero mercato degli States. Questi sono gli elementi che hanno consentito all’economia di non soffrire in modo esasperato le conseguenze di politiche a dir poco discutibili. Ed è questo ciò che determina una sostanziale indifferenza dei mercati ad un Presidente piuttosto che ad un altro: una realtà economica che è in grado di organizzarsi e riorganizzarsi, partendo dal presupposto che diversamente dalla realtà europea, gli Stati Uniti hanno una politica “leggera”. Tutto quanto ne consegue è in termini di comunicazione e politica interna, ed è per questo che riterrei salutare in questo frangente drammatico per il mondo abbassare i toni, avere la capacità di comprensione dei problemi, e fornire un segnale di apertura e non di chiusura. I dazi sono una limitazione alla libertà (economica), e possono a mio avviso fungere da strumento di politica soltanto nel caso in cui assumano il ruolo di sanzioni per violazione dei diritti umani. Noi tutti, anche qua in Europa, risentiremo degli effetti di differenti amministrazioni, specialmente nel contesto di debito crescente determinato dalla pandemia mondiale, ed è auspicio di tutti che insieme alla normalizzazione della situazione sanitaria e sociale ci sia una normalizzazione dell’economia e della politica, che in questi anni ad onor del vero ho visto un po’ sfumare. Torno alle frasi di partenza: la responsabilità richiede la libertà, e i monopoli non sono libertà: l’auspicio è che chiunque sia il Presidente degli Stati Uniti il messaggio sia di apertura alle libertà e non di chiusura, come ho invece percepito negli ultimi quattro anni.

 

Luca Giordani

 

PS: non sempre ho disponibili immagini che siano associabili all’articolo, e in quei casi le prendo al di fuori (la differenza neanche a dirlo si nota), ma dove ricorro a foto che ho scattato personalmente: la foto di questo articolo la scattai nell’ormai lontano 2014, ed è la parete esterna di un hotel di Los Angeles dove alloggiai,

 

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